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Storie di sport & Pallavolo: Mattioli, un campione dimenticato

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[ 7 Commenti ]
Sabato abbiamo giocato a Firenze al pala Mattioli.
Mitico palleggiatore della Ruini Firenze dominatrice del campionato Italiano di serie A negli anni 70 assieme alla Panini Modena. Vincitore anche di uno scudetto ad Ariccia (Lazio) allenata dal Dott. Ferretti. Tra l’altro ha allenato un anno anche ad Arezzo. Il suo nome è legato alla Nazionale con moltissime presenze assieme ad alcuni compagni della Ruini, Nencini e Salemme, per esempio. Potrebbe essere considerato, come valore ed importanza, il Rivera della nostra pallavolo, se non fosse per un fisico sicuramente più forte e allenato. Ha giocato anche oltre i 40 anni e da “grande” si permetteva anche di battere in salto.
Purtroppo è morto prematuramente, solo pochi anni fa.
Come ricordi personali ho un viaggio a Reggio Emilia per lo spareggio scudetto, il Bologna (di Nerio Zanetti) contro la Panini Modena (di Andrea Nannini). La vittoria del Bologna e le dichiarazioni dopo partita di Nannini hanno poi aperto la strada per Modena a Julio Velasco.
A quella partita siamo andati, con la mia R 14, Maurizio Calzini, Io e Mario Mattioli.
Ho poi avuto la fortuna di giocare contro di lui, come allenatore, con il Foiano in B ed infine con il Cortona in C.
E a voi …? Giusto! Ma dico questo per giustificare il mio stato d’ animo tra l’incredulo e lo stupito (non stupido), quando, sabato nello spogliatoio, ho scoperto che nessuno dei miei giocatori sapeva chi era Mario Mattioli. E non mi ha poi consolato aver appreso nel dopo partita da Andrea Nencini, giunto al palazzetto per disputare con la sua squadra un importate incontro al vertice di serie C, che forse anche molti dei suoi non sapevano nulla del giocatore cui era intitolato il palazzetto.
 
Se questa è la realtà della nostra pallavolo, e per nostra penso anche a quella nazionale, una realtà che disconosce la sua storia anche recente e gloriosa e si proietta verso un futuro che macina anche il presente, allora inizio a comprendere cose che per me rimangono aliene.
È vero sono vecchio, oltre 30 anni di pallavolo, ma ho solo 51 anni (quasi 52) e stando a contatto per lavoro con tanti giovani non mi sento, come si diceva negli anni 70 un Matusa.
 
E vengo ad altre cose aliene.
L’inconsistenza dei fondamentali, le difficoltà nella motricità di base, le palleggiatrici che stanno a 2 metri da rete in previsione di una ricezione sbagliata, che poi non possono alzare se la ricezione è buona, il libero sempre e comunque, le centrali alte che a 16 anni non sanno ricevere tanto il loro ruolo è quello da sempre e sempre lo sarà. Queste cose a me aliene ma che devo affrontare le trovo non solo nella realtà della società ma e soprattutto a scuola, insegnare in un liceo cittadino mi da una posizione di privilegio, un osservatorio su una parte della realtà pallavolistica. E fin qui questo rappresenta in fondo solo una mia opinione su quello che è il frutto del mercato degli allenatori e quelle che sono le scelte societarie, condivisibili o meno.
Ma, altri ancor più strani sono, ai miei occhi, quei regolamenti di campionato che permettono di travolgere lo spirito sportivo e della competizione, anzi favoriscono comportamenti nettamente antisportivi e diseducativi. Questo sempre per coloro che ritengo tra le attività umane degne di tale titolo rientrino anche quelle educative. Mi riferisco alla possibilità data dalla federazione di far giocare agli atleti campionati diversi in società diverse. Non voglio commentare oltre questo fatto, non dovrebbe essere necessario. Ma da qui a comportamenti per lo meno stravaganti che si vedono assumere con indifferenza da società locali credo dovrebbe esserci molto. Vengo quindi alla seconda divisione femminile dove uno dovrebbe considerare normale trovarsi nello stesso campionato una società che non solo presenta, a seconda delle occasioni, una squadra formata da alcune atlete provenienti da campionati superiori, ma addirittura si presentano con lo stesso nome e per la stessa classifica 2 squadre con tanto di atlete ed allenatori diversi.
Forse una interpretazione contorta e complice del regolamento approvato in Toscana, potrà anche permetterlo, ma dove mettiamo l’etica sportiva, il rispetto di una competizione e dei suoi protagonisti, che sono gli atleti e le atlete, come in questo caso, eventualmente gli allenatori ma non certo questi dirigenti che per sfizi personali e conti in sospeso si prendono delle magre soddisfazioni sulle spalle di altri. Sulle spalle di chi lavora e si allena per dare il massimo e misurarsi con avversari alla loro altezza, tecnica e morale. Rimane poi un obbligo, che mi risulta ancora valido in tutti gli sport, quello di presentare sempre la formazione migliore, per non falsare il campionato.
A ma siamo nell’Italia di moggiopoli e delle scuole e trasmissioni TV che invitano Moggi a spiegare a tutti l’ingiustizia subita da un povero ed onesto operatore sportivo che oltretutto affrontava con pochi mezzi tutti i cattivoni che lo volevano danneggiare. Una Italia dove la Federazione per intervenire duramente contro la violenza nel Calcio blocca i campionati sportivi studenteschi.!!!!!
Alberto Cuseri
 



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