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Tennis - Ascesa e discesa di una campionessa - di Christian Bigiarini

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Fin da piccola ho sempre sognato di diventare famosa. Grazie al Tennis, quello con la T maiuscola, ci sono riuscita. E’ stato breve, è vero, ma intenso. Come si dice, ho avuto il mio momento di gloria ed è stato bellissimo, fantastico, emozionante. Potevo fare di più, è vero. Potevo aspirare a qualcosa di più, ma è andata così e mi sento comunque soddisfatta, realizzata. I sogni sono importanti. E’ importante sognare ed è fondamentale non smettere mai di farlo. Io, posso dire di esser stata fortunata, perchè ho realizzato il mio sogno: ho calcato i campi dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club.
Io, ho giocato a Wimbledon ! Sì, proprio così, Wimbledon: il più antico e prestigioso torneo di tennis del mondo.
Che emozione quando entrai per la prima volta nel campo centrale, quando per la prima volta toccai l’erba perfettamente rasata di quel campo che tante campionesse aveva ospitato. Martina Navratilova, Chris Evert, Monica Seles, Gabriela Sabatini, Steffi Graf, tutte campionesse che avevano giocato su quei campi. Ero spaventata, intimorita, emozionata, ma mi sentivo bellissima nel mio completino giallo, lo sponsor Slazenger ben in evidenza, e i capelli biondi luccicanti come l’oro. Che emozione quando, alzando gli occhi, vidi le 18.000 persone del Centre Court, stipate negli spalti, venute lì per me. Venute lì per vedermi giocare con la dea nera del tennis: la spaventosa Serena Williams.
Che botte che tirava la dea nera. Che diritti e che rovesci ! Facevano male, ve lo assicuro. Ogni colpo che quel mastino tirava era un pugno in faccia, ogni smash un cazzotto in testa, ogni servizio un dolore lancinante. Mi sembrava di giocare con un pugile più che con una tennista. Ero in balia di una delle giocatrici più forti del mondo, sballottata da una parte all’altra del campo come un tergicristallo impazzito, ma ero sul centrale di Wimbledon e a me bastava. Non mi importava come sarebbe andata a finire, per me, quello che contava, era essere lì. Quello che contava era aver realizzato il mio sogno. Non mi interessava se Serena colpiva con tutta la sua forza, se urlava e sbuffava come un toro nell’arena e non aveva importanza se ogni suo colpo faceva più male di un cazzotto di Tyson. Quello che contava era che io fossi lì, nell’olimpo del tennis, a WIMBLEDON !
C’ero riuscita, ero in mondo visione e nessuno avrebbe potuto negarlo, tutti mi avevano visto. Perdiana ero famosa !
Purtroppo i sogni finiscono e a volte durano poco. Infatti, dopo quella partita, l’oblio. Più niente, campi sempre più piccoli, palcoscenici sempre meno importanti e risultati sempre più deludenti. Ma a me andava bene, io avevo realizzato il mio sogno. Io avevo giocato a Wimbledon.
E’ passato del tempo e ora sono finita a giocare in un campo di provincia, sono capitata a fare l’allenatrice in Casentino, all’U.P. Campaldino di Poppi.
Un bel posto, all’ombra del Castello dei conti Guidi in un’oasi di tranquillità e pace. Gioco con amatori e maestri, ma a me va bene, mi diverto lo stesso. Ogni tanto ripenso ai bei tempi, è vero, ma sono contenta anche così. Gioco spesso con i bambini e loro sanno darti, comunque, molte soddisfazioni. Poi gioco con gli adulti e lì è un po’ più faticoso.
Oggi, per esempio, sono qua con due tipi buffi: uno, batte in maniera strana, mai visto un giocatore battere così. Fa uno strano movimento, si mette frontale alla rete, agita le braccia per coordinarsi, le apre come dovesse spiccare il volo da un momento all’altro, fa un passo in avanti e poi serve come se giocasse a pallavolo più che a tennis. Il rovescio lo tira solo in back e l’affetta come se fosse un salumiere impazzito, ma ha un bel diritto, potente, preciso. Suda e sbuffa come un ciclista sul Mortirolo, però sbaglia poco, ha il senso del punto il giovanotto e corre e rema a destra e a sinistra come uno dei fratelloni Abbagnale. A rete non è un gran che, ma non sbaglia uno smash neanche sotto tortura. L’altro, impugnatura a martello, batte imitando McEnroe, ma con risultati, ovviamente, molto inferiori. Scende a rete come neanche Stefan Edberg in piena forma o Pat Cash ai bei tempi, picchia come un fabbro che sembra Jim Courier a Flushing Meadows, anche se spesso si tratta di missili terra aria che si stampano sulla rete di recinzione invece che sulla terra rossa. Però tira un bel rovescio top, soprattutto quello lungo linea, è talentuoso il ragazzo, si piega sulle gambe, si concentra ed esplode una bella botta che spesso mette dentro, anche se a volte esagera, impreca ed i beep si sprecano.
Entrambi però si lamentano, non sono soddisfatti, c’è qualcosa che li infastidisce. Non capisco cosa finché uno dei due, Luca mi sembra si chiami, dice:
“Oh Tude, ma ‘sta pallina è sgonfia, senti qua…..”
Sgonfia ? Sgonfia ? SGONFIAAA ?
Sgonfia a me, che ho giocato a Wimbledon, non me lo aveva mai detto nessuno. 















Alleghiamo al racconto un raro documento d'epoca.





























Christian Bigiarini è nato a Roma il 9 Aprile 1971.
Scrive per passione. Nel 2005 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti dal titolo “Adesso sono morto” disponibile online su www.arpabook.com  .
Nel 2006, a Castelnuovo di Garfagnana, ha vinto il Premio di Narrativa Loris Biagioni con il racconto “La mozione del Beep”.
E’ in uscita il suo primo romanzo dal titolo “Rosso cuore, nero amore” pubblicato da Giraldi Editore di Bologna, di cui anticipiamo la trama.
Nico vive a Roma e fa il fotografo. Viene traumaticamente abbandonato dalla fidanzata Miriam dopo sei anni di convivenza.
In seguito a questo shock, Nico sdoppierà la sua personalità in Alco, il suo vero alter ego capace di liberarsi della “maschera” che ognuno di noi è costretto a portare. Per quanto Nico è timido, Alco sarà sfrontato ed esuberante, per quanto diplomatico, Alco sarà cinico e sarcastico, senza freni inibitori, senza filtri, disposto a dire e fare qualsiasi cosa fino ad influenzare scelte e comportamenti. Nico, insieme ad Alco, la sua impertinente vocina interiore, cercherà di dimenticare Miriam interessandosi a Leila, una bella riccia incontrata per caso nel suo negozio, ma proprio a causa sua cominceranno i suoi guai e le sue avventure. In mezzo a tutto questo, Grandeugo, il suo migliore amico ed aiutante tuttofare, Francesca, la sua commessa, Umberto, il suo confidente, Moira, la “femme fatale” e gli amici coatti del quartiere. Un romanzo che parla di amore e di amicizia con un po’ di ironia ed un piccolo mistero che avrà il suo epilogo solo nel
finale.





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