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Storie di Sport & Danza: Sonja Kolchavskja - di Claudio Gambineri

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La stella algida, la rosa di ghiaccio: così veniva chiamata nella compagnia
di danza. Sonja sarebbe diventata una delle più grandi ballerine dell’Unione Sovietica, se suo padre, in quella notte senza luna, non avesse fatto fuggire la famiglia dai confini, per stabilirsi in quel paese di provincia; aveva appena nove anni Sonja e già i sogni infranti. La bambina imparò la lingua in fretta per frequentare la scuola di danza del paese; il suo talento fu evidente anche in quel piccolo centro, ben presto fu lei a insegnare, dapprima alle più piccole, poi a chiunque. Nessuno poteva contestare la sua capacità di danzatrice, eppure era molto cambiata: i primi anni era affabile, aveva fatto amicizia con tutte, ma, dall’incontro con Ivan, divenne scostante, superba. Lasciò l’insegnamento, non si faceva più vedere, si ripresentava solo negli spettacoli, con un programma che decideva ed eseguiva in solitudine. Non parlava nemmeno più con loro, l’intermediario tra la compagnia e Sonja era Ivan, che nel frattempo aveva sposato; anche con le bambine, che la adoravano, non faceva parola. Divenne insopportabile. La compagnia si decise a non volerla più con loro, volevano dirlo a lei, ma fu Ivan che glielo comunicò: quella sarebbe stata la sua ultima danza. Sonja salì sul palco e danzò senza sentire nulla; quando alzò il viso al pubblico, dopo il primo inchino, notò che c’era chi piangeva come lei. La compagnia bussò alla porta dove Sonja si stava cambiando, picchiarono diverse volte, la chiamarono, ma ella non rispondeva; si stavano preoccupando. Arrivò Ivan, che non diede spiegazioni, aprì, entrò e chiuse l’uscio dietro di sé. Ivan riaprì, aveva gli occhi rossi e fece segno a tutti di entrare. Sonja era sdraiata su una sedia, gli occhi chiusi, ancora vestita di scena. Dormiva. – Provate a chiamarla – disse Ivan e si asciugò l’occhio. Prima una, poi più, poi tutti la chiamarono, ma lei non si mosse. Finalmente capirono. A sedici anni Sonja aveva cominciato a studiare musica, la notte la passava ad ascoltare opere classiche seguendo le note dello spartito; imparò bene, mentre ancora era in difficoltà con i movimenti delle labbra; sapeva già che di lì a qualche anno avrebbe completamente perso l’udito. Non le sembrò sufficiente per perdere anche il sogno.
 
Testo di Claudio Gambineri - Foto di Federico Ghelli
Tratto da Il Polisportivo n° 8 - novembre 2006
 
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