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Approfondimento del decimo punto del decalogo Sportopoliamo


Sensibilizzare le società sportive all’adozione di strategie che siano innanzitutto corrette da un punto di vista educativo e di sviluppo del bambino, e solo in un secondo momento utili al perseguimento di un risultato agonistico. Le società sportive ed i loro dirigenti svolgono sul territorio un’azione fondamentale per lo sviluppo dello sport. L’Italia ha una struttura territoriale fortemente articolata e la presenza di piccole società anche nei paesi di poche migliaia di persone ha fatto sì che negli ultimi 50 anni i nostri bambini abbiano avuto opportunità di divertirsi ed essere educati nel segno dello sport. Da una quindicina di anni a questa parte, abbiamo però notato l’intensificarsi di un fenomeno che valutiamo fortemente negativo: l’adozione di strategie societarie utili sicuramente al perseguimento di un maggior risultato agonistico immediato, ma fortemente deleterie rispetto all’educazione ed alla crescita di bambini che in larga misura non solo non saranno mai dei campioni, ma neanche degli ottimi dilettanti. Vediamo alcuni esempi: inserire occasionalmente giovani leve in categorie riservate ad età superiori è sicuramente un comportamento che può portare dei risultati di crescita dell’atleta e può essere vissuto molto positivamente dal bambino come riconoscimento della bontà delle sue capacità. Ma quando tali inserimenti diventano costanti ed impediscono al bambino di giocare anche con i suoi coetanei, ecco che allora si compie un’azione che può essere molto deleteria dal punto di vista del corretto sviluppo del piccolo. Il piccolo atleta sarà infatti così costretto a gestire sempre una situazione di difficoltà (essendo il più piccolo, a meno che siano presenti abilità eccezionalmente superiori alla media, sarà sempre più indietro rispetto agli altri) e questo finirà per produrre ansia e disaffezione. I piccoli hanno bisogno dei loro tempi di sviluppo delle abilità, così come hanno bisogno di confrontarsi con dei bambini di pari età rispetto ai quali possano far valere le loro qualità e prendere consapevolezza delle loro aree di miglioramento. In certi casi, inoltre, (pensiamo all’inserimento di una bambina di 10 anni in un gruppo di tredicenni) ci sono anche degli aspetti di crescita psicologica e maturazione sessuale che non possono essere trascurati, come anche la tendenza del gruppo ad escludere l’atleta che “ormai preferisce stare con i più grandi, chissà chi si crede di essere”. Diamo ai bambini il tempo di cui hanno bisogno e non trattiamoli come se fossero tutti piccoli campioni in erba: se lo saranno, avranno tutto il tempo di dimostrarlo al momento giusto; se non lo saranno avremo almeno evitato di far loro vivere una parte fondamentale della crescita in modo alterato e sicuramente otterremo degli atleti dilettanti più felici ed innamorati dello sport.


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