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Il decalogo del Progetto Sportopoliamo - Testo integrale


Il Decalogo del Progetto Sportopoliamo
1) Far scoprire ai bambini tutte le discipline sportive, anche quelle considerate minori
2) Far scoprire ai bambini il valore della comunanza sportiva, della socializzazione,del fare sport in gruppo allo scopo di favorire comportamenti prosociali.
3) Promuovere una cultura del divertimento sportivo indipendentemente dalla vittoria.
4) Sviluppare tutte le abilità motorie dei bambini e non solo quelle finalizzate ad un singolo sport
5) Far acquisire al bambino consapevolezza delle proprie caratteristiche fisiche e quindi delle proprie potenzialità sportive
6) Individuare ed utilizzare le risorse personali del bambino per orientarlo alla disciplina nella quale possa ottenere la maggiore soddisfazione personale.
7) Promuovere una cultura della polisportività come base per lo sviluppo di una maggiore socialità anche in età più avanzata
8) Sviluppare il legame tra sport e natura, sensibilizzando i bambini al rispetto di quest’ultima
9) Educare i genitori ad una corretta gestione delle aspettative nei confronti delle prestazioni sportive dei propri figli e all’utilizzo di una comunicazione efficace e funzionale che tenga conto della fase evolutiva del bambino.
10) Sensibilizzare le società sportive all’adozione di strategie che siano innanzitutto corrette da un punto di vista educativo e di sviluppo del bambino, e solo in un secondo momento utili al perseguimento di un risultato agonistico.


APPROFONDIMENTI

Far scoprire ai bambini tutte le discipline sportive, anche quelle considerate minori. Lo sport rappresenta una delle componenti culturali della nostra società e spesso la passione sportiva si trasforma in un eccezionale collante sociale. Troppo di frequente, però, grazie anche alla complicità dei media, questa passione è indirizzata soltanto verso uno sparuto gruppo di sport, con la conseguenza che chi non ama quelle specifiche discipline viene spinto a non coltivare l’amore e la passione per lo sport. Se vogliamo che i bambini di oggi siano i cultori dello sport di domani, è opportuno che i bambini crescano sviluppando un’ampia conoscenza delle discipline sportive, così da trovare e coltivare la passione sportiva nei modi a loro più congeniali.
Far scoprire ai bambini il valore della comunanza sportiva, del fare sport in gruppo e dell’interazione con gli altri, indipendentemente dal fatto che lo sport praticato sia individuale o di squadra. Nell’età della crescita, il principale obiettivo dello sport deve essere quello di spingere i bambini all’interazione ed al confronto con gli altri. Lo sport deve essere convergenza, non divergenza; confronto, non scontro; comunanza e non isolamento. Troppo spesso, e non solo negli sport individuali, si lascia che l’aspetto della prestazione individuale prevalga rispetto al risultato di gruppo. Se passiamo ai bambini il messaggio che l’importante è fare bella figura a livello personale, contribuiremo a creare dei cittadini di domani che non sentiranno la necessità di valutare l’impatto delle proprie azioni sulla collettività. Lo sport è una delle principali forme di apprendimento alla socialità: una corretta gestione delle dinamiche sportive nella fase della crescita può fornire al bambino degli ottimi strumenti per affrontare le difficoltà della vita e del lavoro, insegnandogli a contemperare la giusta ambizione al raggiungimento del risultato con il rispetto degli altri; un insegnamento sportivo invece finalizzato alla vittoria a tutti i costi, spesso porta il bambino a sviluppare problematiche nel momento in cui il suo “essere vincente” dovesse venire meno.
Promuovere tra i bambini ed i genitori i principi della Carta dei Diritti del Bambino nello Sport. La Carta è nata nel cerchio degli allenatori sportivi ginevrini. Essa li impegna a rispettare il ritmo di ciascun bambino e a preservare i giovani di cui hanno l'incarico. È nostro auspicio che sia sempre più largamente diffusa affinchè, a poco a poco, ogni società, ogni allenatore e ogni genitore giunga, come gli ispiratori della Carta, a tenere veramente conto del benessere di ogni bambino. Ecco i Principi contenuti nella Carta:
1. Diritto di fare dello sport
2. Diritto di divertirsi e di giocare
3. Diritto di beneficiare di un ambiente sano
4. Diritto di essere trattato con dignità
5. Diritto di essere accompagnato e allenato da persone competenti
6. Diritto di misurarsi con giovani di pari forza
7. Diritto di partecipare a competizioni adatte
8. Diritto di praticare il proprio sport nel pieno rispetto delle norme di sicurezza
9. Diritto di disporre del sufficiente tempo di riposo
10. Diritto di non essere un campione

Promuovere una cultura del divertimento sportivo indipendentemente dalla vittoria. Vincere è una parte importantissima dell’attività sportiva e sicuramente la gioia della vittoria è un’emozione incredibilmente forte, che deve necessariamente essere ricercata da ogni sportivo che voglia dirsi tale. Ma il bello dello sport è che costantemente ci si deve relazionare anche con la possibilità di una sconfitta, che prima o poi arriva sempre, inevitabilmente, per tutti. È per questo che secondo noi il divertimento sportivo deve essere legato all’attività in sé e non alla sola vittoria. Se noi cresceremo i piccoli sportivi con la convinzione che ci si diverte solo se si vince, prima o poi, davanti alle prime sconfitte, essi avranno la percezione che quell’attività non sia più divertente ed allora la strada più facile da perseguire sarà quella dell’abbandono (sono cresciuto, non mi diverto più!). Chiunque ha raggiunto grandi traguardi, nello sport come nella vita, sa bene che cadere è una condizione essenziale per rialzarsi con più forza e determinazione di prima, ma perché questo sia possibile è necessario che si provi piacere non solo nel vincere, ma soprattutto nel provare a vincere. I nostri allenatori non dovrebbero arrabbiarsi quando i loro bambini non vincono, ma piuttosto quando non si divertono nel provare a vincere; e le società sportive, di fronte al costante calo degli iscritti ed all’aumento degli abbandoni, si dovrebbero chiedere non tanto se hanno fatto di tutto per far vincere i loro ragazzi, ma soprattutto se hanno posto le premesse affinchè essi, tra 40 anni, organizzino ancora le partitine del venerdi sera. La vera scommessa di oggi, per il movimento sportivo, è far sì che chi comincia a fare sport poi lo faccia per tutta la vita, perché solo così avremo dirigenti appassionati che diano futuro al movimento, senza riempire i consigli delle società di genitori disponibili solo finchè i loro figli avranno un posto in squadra.
Sviluppare tutte le abilità motorie dei bambini e non solo quelle finalizzate ad un singolo sport. Ogni sport stimola alcune abilità e sviluppa delle caratteristiche fisiche. È nostra ferma convinzione che i bambini debbano quindi sperimentare varie discipline sportive per crescere in maniera più armonica, senza quei particolari squilibri che ancora oggi, purtroppo, si notano in piccoli atleti che hanno praticato un’unica attività fisica, condizionando in modo eccessivo la crescita organica del proprio organismo. Sappiamo di dire cose che molte società non condividono, ma siamo convinti che nella fascia 6-9 anni l’allenamento per il singolo sport dovrebbe consistere più in un’educazione alla motricità che nell’apprendimento della tecnica specifica. Crescere bambini che si sviluppano in modo disarmonico è un prezzo troppo alto da pagare anche per scovare qualche piccolo campione.
Far acquisire al bambino consapevolezza delle proprie caratteristiche fisiche e caratteriali e quindi delle proprie potenzialità sportive. Una struttura fisica che può essere di ostacolo nella pratica di uno sport, spesso risulta premiante nella frequentazione di una diversa disciplina. Troppo spesso i genitori spingono o addirittura obbligano i loro figli a frequentare lo sport che loro stessi hanno frequentato da giovani o di cui sono appassionati, senza valutare se le caratteristiche fisiche e le propensioni caratteriali di quel bambino rappresentano, in quello sport, un punto di forza o di debolezza. Un bambino che, a causa del proprio fisico, non riesce ad eccellere in uno sport, rischierà di sviluppare credenze disfunzionali e autoattribuzioni negative che andranno a minare un ottimale sviluppo dell’autostima (non sono buono a niente, sono una schiappa!), quando invece, frequentando un’altra disciplina sportiva più adatta a lui e quindi foriera di maggiori soddisfazioni, potrebbe acquisire una grande fiducia in sé stesso e nelle proprie potenzialità. Allo stesso modo una bambina molto abile nel trascinare le altre o bisognosa dell’ appartenenza ad un gruppo, se sarà costretta a frequentare uno sport fortemente individuale può rischiare di soffrirne ed otterrà delle prestazioni deludenti, con le stesse conseguenze di cui sopra.
Promuovere una cultura della polisportività come base per lo sviluppo di una maggiore socialità anche in età più avanzata. Lo sport non è solo competizione, ma spesso si trasforma in un aggregatore sociale. Bambini che siano stati educati ad una pluralità di sport avranno in futuro maggiori opportunità di essere accettati in gruppi sociali (le compagnie) o addirittura di essere ricercati per questo, con un’incremento del proprio livello di autostima. Spesso infatti per avere l’opportunità di essere inclusi in un gruppo non occorre essere grandi sportivi, ma è sufficiente saper fare le cose: sciare, nuotare, fare una partita di pallavolo in spiaggia sono attività sportive, ma sono, soprattutto durante l’adolescenza, momenti importanti di confronto con gli altri e di affermazione verso gli altri delle proprie caratteristiche e peculiarità. Non aver sviluppato quelle abilità da piccoli significa spesso correre il rischio di essere esclusi da alcuni gruppi, anche perché da grandi l’apprendimento richiede molto più tempo e molta più fatica, dovendo vincere l’imbarazzo dei primi fallimenti e la conseguente tentazione di lasciar perdere.
Recenti studi sull’adattamento e sul disadattamento sociale in età evolutiva riconoscono l’importanza che svolgono le relazioni tra pari nel rivelarsi contesto privilegiato per l’acquisizione di modalità cognitive, emotive e relazionali necessarie alla gestione efficace delle diverse situazioni sociali.
Il contesto sportivo costituisce un sistema di riferimento importante in quanto i bambini imparano a relazionarsi con i coetanei e sviluppano una serie di apprendimenti come l’acquisizione della disciplina, il rispetto delle regole, la negoziazione e la gestione dei conflitti.
Tali abilità sociali acquisite aiuteranno il bambino e l’adulto che sarà, ad affrontare in maniera più funzionale le varie situazioni relazionali e sociali della vita.
Sviluppare il legame tra sport e natura, sensibilizzando i bambini al rispetto di quest’ultima. Anche se per esigenze di continuità dell’allenamento oggi molti sport si disputano al chiuso, la natura continua ad essere strettamente correlata all’attività sportiva. Fino a non molti anni fa, soprattutto nelle zone di campagna, la migliore palestra erano i prati ed i boschi attorno casa. Bambini e bambine sviluppavano le loro capacità motorie arrampicandosi sugli alberi, correndo nei campi, nuotando nei torrenti. Oggi che ogni paese ha una palestra dove poter svolgere al meglio le attività sportive, stranamente ci sono molti bambini che non escono di casa. E allora perché non provare ad impostare di nuovo il legame con la natura? Come ben sanno tutti coloro che nelle serate di primavera cominciano a correre nei parchi o nelle strade di campagna, lo sport all’aperto è molto più affascinante e divertente. I bambini amano esplorare e far loro scoprire lo sport e la natura assieme può essere un modo per spingerli fuori dalle case in cui spesso sono relegati, molto più dai timori o dalle convenienze dei genitori che non dalle loro personali preferenze. Educare allo sport ed insieme educare al rispetto dell’ambiente: due belle sfide che, se vinte, contribuiranno in maniera determinante a formare la coscienza civica dei cittadini di domani.
Educare i genitori ad una corretta gestione delle attese nei confronti delle prestazioni sportive dei propri figli ed alla conseguente comunicazione nei loro confronti. Spesso nei film ci vengono trasmessi stereotipi di genitori che non si recano mai ad assistere alle competizioni dei loro figli, suscitando delusione o anche risentimento nei piccoli atleti. Ma nella nostra esperienza, i figli risentono molto più delle eccessive aspettative di un genitore oltre che della sua assenza. Nella fase dell’infanzia, capita infatti spesso che i genitori abbiano delle attese eccessive nei confronti delle prestazioni dei figli, soprattutto dal punto di vista della competizione. In questo senso gli adulti tendono spesso a spostare sulle gare dei bambini i modelli competitivi tipici degli adulti, spingendo così i bambini a cercare di “far prestazione” molto più per soddisfare il bisogno del genitore (o addirittura per non subire le sue ire in caso di sconfitta) che non perché vi sia un effettivo desiderio di vittoria. Il processo naturale dei bambini di voler dimostrrare al proprio genitore di essere bravo, rischia così di essere esacerbato da un meccanismo di attese eccessivamente elevate, che può provocare forte ansia nel bambino, con conseguenze che vanno dal non voler più fare sport all’assunzione di atteggiamenti eccessivamente competitivi anche rispetto ai compagni di gioco. È quindi per noi fondamentale educare i genitori dei piccoli sportivi a gestire correttamente le attese nei confronti delle prestazioni dei propri figli, tramite l’utilizzo di una comunicazione adeguata finalizzata a coltivare e far emergere solo lo spirito sportivo ed il divertimento nel fare sport, anzichè provocare l’insorgenza di ansie e di altri effetti negativi.
Sensibilizzare le società sportive all’adozione di strategie che siano innanzitutto corrette da un punto di vista educativo e di sviluppo del bambino, e solo in un secondo momento utili al perseguimento di un risultato agonistico. Le società sportive ed i loro dirigenti svolgono sul territorio un’azione fondamentale per lo sviluppo dello sport. L’Italia ha una struttura territoriale fortemente articolata e la presenza di piccole società anche nei paesi di poche migliaia di persone ha fatto sì che negli ultimi 50 anni i nostri bambini abbiano avuto opportunità di divertirsi ed essere educati nel segno dello sport. Da una quindicina di anni a questa parte, abbiamo però notato l’intensificarsi di un fenomeno che valutiamo fortemente negativo: l’adozione di strategie societarie utili sicuramente al perseguimento di un maggior risultato agonistico immediato, ma fortemente deleterie rispetto all’educazione ed alla crescita di bambini che in larga misura non solo non saranno mai dei campioni, ma neanche degli ottimi dilettanti. Vediamo alcuni esempi: inserire occasionalmente giovani leve in categorie riservate ad età superiori è sicuramente un comportamento che può portare dei risultati di crescita dell’atleta e può essere vissuto molto positivamente dal bambino come riconoscimento della bontà delle sue capacità. Ma quando tali inserimenti diventano costanti ed impediscono al bambino di giocare anche con i suoi coetanei, ecco che allora si compie un’azione che può essere molto deleteria dal punto di vista del corretto sviluppo del piccolo. Il piccolo atleta sarà infatti così costretto a gestire sempre una situazione di difficoltà (essendo il più piccolo, a meno che siano presenti abilità eccezionalmente superiori alla media, sarà sempre più indietro rispetto agli altri) e questo finirà per produrre ansia e disaffezione. I piccoli hanno bisogno dei loro tempi di sviluppo delle abilità, così come hanno bisogno di confrontarsi con dei bambini di pari età rispetto ai quali possano far valere le loro qualità e prendere consapevolezza delle loro aree di miglioramento. In certi casi, inoltre, (pensiamo all’inserimento di una bambina di 10 anni in un gruppo di tredicenni) ci sono anche degli aspetti di crescita psicologica e maturazione sessuale che non possono essere trascurati, come anche la tendenza del gruppo ad escludere l’atleta che “ormai preferisce stare con i più grandi, chissà chi si crede di essere”. Diamo ai bambini il tempo di cui hanno bisogno e non trattiamoli come se fossero tutti piccoli campioni in erba: se lo saranno, avranno tutto il tempo di dimostrarlo al momento giusto; se non lo saranno avremo almeno evitato di far loro vivere una parte fondamentale della crescita in modo alterato e sicuramente otterremo degli atleti dilettanti più felici ed innamorati dello sport.

* Si ringrazia la Dott.ssa Chiara Bertini, psicologa 



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